Sheradzade è una bambina curdo-siriana di otto anni. L’ho incontrata a Idomeni, in quella terra di nessuno al confine greco-macedone dove da mesi sono ammassati migliaia di profughi costretti a vivere (?) in condizioni disumane. Con la sua famiglia (padre, madre e due fratellini ancora più piccoli) occupano due tende piantate nella melma e aspettano. Aspettano che l’Europa decida del loro futuro che loro, dopo essere stati costretti a lasciare la loro casa a causa dei bombardamenti e della guerra, sognano in Germania.
Sheradzade disegna. È così che trascorre il tempo in quell’inferno in cui noi europei la costringiamo, dove costringiamo altri cinquemila bambini come lei. Disegna la guerra e i bombardamenti che ha vissuto. Disegna la vita quotidiana nel campo di Idomeni. Disegna la speranza tradita di una frontiera che vorrebbe attraversare ma che vede chiusa, sbarrata da un filo spinato. Disegna il viaggio che vorrebbe fare con la sua famiglia, mano nella mano, attraverso campi fioriti verso un futuro di pace e serenità.
Quando Sheradzade mi ha teso la mano nel gesto di offrirmi i suoi disegni la mia reazione è stata di imbarazzo e incredulità. “No, no”, le ho fatto capire. Non volevo che si privasse di una parte importante del suo vissuto, della sua seppur breve ma intensa esistenza. Ma lei con i suoi occhi scuri e fieri, e con lei suo padre, hanno insistito perché è importante per loro che arrivi il messaggio. Allora con il mio amico Theodoros Chondrogiannos, giovane giornalista greco che a Idomeni mi ha fatto da interprete e producer per il mio lavoro, ci siamo chiesti cosa potevamo fare per questa famiglia e per questa bambina.
Il giorno dopo, era una domenica, lungo il viale che costeggia i binari del campo abbiamo incrociato ancora Sheradzade a passeggio con suo padre. Con qualche difficoltà, parlano solo la loro lingua, siamo riusciti comunque a capirci e a farci dare il numero di telefono, a dirgli che eravamo pronti ad aiutarli in qualche modo. Ci hanno portato alle loro tende, lì dove vivono. Abbiamo conosciuto il resto della famiglia, la madre e i due fratellini. È stata una piccola festa! La mamma di Sheradzade, prima di salutarci, ci ha fatto capire che Shera – è così che la chiama – aveva finito i colori e gli album da disegno. Ecco, quella sarebbe stata la nostra missione quel giorno: andare a comprare album da disegno e colori. Non è stato facile, era domenica, ma ce l’abbiamo fatta! Per fortuna a qualche chilometro di distanza, a Polikastro, abbiamo trovato una cartoleria aperta e lì abbiamo fatto incetta di tutto: album, colori, fogli da collage, forbici, colla. E anche qualche tavoletta di cioccolato… Siamo tornati al campo e quando la mamma di Sheradzade ci ha visto è stata di nuovo festa.
Dopo quanto accaduto nei giorni scorsi a Idomeni ho provato a chiamare il papà di Sheradzade ma non ho avuto risposta. Dalle informazioni che abbiamo la famiglia dovrebbe essere ancora lì, in quel campo. Penso che donandomi quei disegni Sheradzade volesse farli conoscere al mondo, volesse che il mondo conoscesse la vergogna di Idomeni attraverso gli occhi di una bambina e il linguaggio universale dell’arte.
Per questo lanciamo un appello a tutti gli enti museali o altre istituzioni che fossero interessati a esporre i disegni di Sheradzade a contattarci attraverso la pagina Facebook già attiva Io sono Sheradzade https://www.facebook.com/sheradzade/; lanciamo un appello alle organizzazioni umanitarie presenti a Idomeni – Unhcr, Save the Children, Msf, Medici del mondo – ad attivarsi per verificare se la famiglia si trova ancora lì; lanciamo un appello ai Governi a favorire la partecipazione di Sherdzade e della sua famiglia a eventuali mostre o incontri che dovessero organizzarsi attraverso il rilascio di visti umanitari.
https://www.facebook.com/sheradzade/?fref=ts
A Disneyworld!
Ce l’abbiamo fatta, sì! Oggi Sheradzade ha lasciato la Grecia a bordo di un aereo diretta in Francia. Con lei ovviamente tutta la sua bellissima famiglia: mamma Asmahan, papà Moahammad, la sorella Khalida e i fratelli Hamoudi e Hassan. Sono stati “riallocati”, bruttissima parola dal generoso significato, nella terra di Diderot e d’Alembert per un nuovo inizio.
Stamattina Shera ha mandato un messaggio vocale di pochissime parole, era emozionatissima. Diceva soltanto: “ciao, state bene? Stiamo partendo per la Francia”. L’altro giorno, il 14 luglio, quando Mohammad mi ha avvertito che la situazione si era sbloccata, sono stato davvero felice e ho pensato a quanto deve essere bello ed entusiasmante, ma anche pieno di insidie per loro, questo nuovo inizio. Ma non saranno soli, e lo sanno.
Andranno in una località nel sud-ovest della Francia, nei dintorni di Bordeaux e a pochi chilometri dalla Spagna. Sono eccitati all’idea di esplorare questi nuovi orizzonti. Hassan, che ha solo sei anni, finalmente conoscerà altro rispetto alle bombe e ai campi profughi. Vorrei portarlo a Disneyworld, che non sa nemmeno cos’è!
Direi, a questo punto, che il mio compito si esaurisce qui. Io non sono più Sheradzade, e così questo luogo cambierà nome e per diventare “Il viaggio di Sheradzade”, dove continuerò e continueremo a raccontare di questa meravigliosa avventura, a parlare di pace e di fratellanza.
In questi mesi ho conosciuto tante persone straordinarie nel vero senso della parola: Alberto, Micol, Angela, Chicca, Nadia, Lorenzo, Betta, Giorgia., Paolo, Gabriele, Sonia, Davide, Antonio, Valentina, Giorgia., Elena, Armida, Massimiliano, Arcangela, Sara, Gabriela, Maria, Luisa, Ilaria, Federica, Rolando, Margherita, Fabiana, Alessandro, Bea, Stefania, Morteza, Gholam, Rita, Igiaba, Thodoris. Sicuramente avrò dimenticato qualcuno e chiedo scusa davvero, non ho tenuto un quaderno degli appunti! Vado a memoria.
Chiedo scusa ancora ma devo ringraziare particolarmente alcune persone prima di chiudere. Marco Pacciotti è stata la prima persona che mi ha accolto e che mi ha sostenuto anche solo con un sorriso, mi ha dato grande forza morale per andare avanti. Gabriela Gabo Calabrò è la persona che ha scovato Shera a Kalochori. La sua umanità è contagiosa, frequentarla potrebbe farvi bene. Arcangela Mastromarco è una di quelle insegnanti che tu dici “ma davvero esisti o sei finta?”, vuole un bene dell’anima a Shera senza averla mai incontrata. La mia famiglia: Alice, Maria, Massimiliano e Nicoló che sono diventati la famiglia adottiva della famiglia di Shera. Quando siamo andati a trovarli a Kalochori, al momento dei saluti di addio Asmahan ha detto: “ormai siamo una famiglia sola”.




