1
Nov

Il nostro Ibra, Racconta il suo Viaggio

 

E’ un tiepido pomeriggio, quando incontro Ibrahim; in auto gli chiedo dove vuole andare a chiacchierare e mi risponde che gli piacerebbe andare sul prato de Foro Italico.

Ci troviamo a Palermo ed è la città di destinazione, per adesso, di Ibrahim, è la città dove ci siamo incontrati e conosciuti.

Quando arriviamo al Foro Italico chiedo ad Ibrahim se è doloroso per lui ricordare i momenti del suo viaggio e arrivo a Palermo. Mi risponde di si e se ci saranno delle cose di cui non vorrà parlare me lo dirà.

E così comincia la sua narrazione.

Mi racconta che partito dalla Guinea nel 2016, aveva dei soldi pari a 100 euro in tasca e pensava che sarebbero bastati per affrontare tutto il viaggio. E’ partito senza dire nulla a sua madre e i suoi fratelli, sentiva che desiderava delle condizioni migliori. Ne era al corrente soltanto un suo amico.

La sua prima tappa è stata nel Mali, dove ha fatto i primi incontri con chi lo doveva portare in Algeria.

Ibrahim capiva che i soldi non gli sarebbero bastati: già infatti gli erano finiti.

Dal sud del Mali adesso lo attendeva un altro viaggio, quello diretto al nord del Mali, e poi l’attraversamento del deserto fino all’Algeria.

Ibrahim mi racconta che l’unica che poteva dargli dei soldi, per continuare il suo viaggio, era la madre e così si è fatto: trasferire dei soldi che per la mamma servivano per tornare indietro in Guinea. E invece Ibrahim era ostinato e li usa per continuare il suo viaggio.

E cosi ha preso i contatti con gli uomini che lo porteranno al nord del Mali e parte.

Quando arrivò a destinazione scopre che il pagamento del denaro per il viaggio è relativo soltanto per questo spostamento e presto gli chiesero dei soldi per affrontare tutto il deserto fino all’Algeria.

E Ibrahim pagò di nuovo, per il viaggio più incredibile che abbia mai fatto: l’attraversamento del deserto.

Mi racconta con un filo di voce che hanno impiegato un mese per attraversare il deserto. Nel suo gruppo non c’erano donne e neanche bambini, soltanto uomini e ragazzi.

Il viaggio nel deserto è stato affidato ai Touareg, che Ibrahim ha tenuto a specificarmi “che stiamo parlando di banditi”; anche loro richiesero denaro, e li frugarono addosso, e quando trovarono del denaro nascosto negli slip o nelle calze, incominciarono a picchiare la persona per punirla.

Ibrahim mi racconta che nel viaggio nel deserto molti uomini morirono o si sentirono male e furono costretti a tornare indietro e abbandonare la carovana.

Quelli che morirono furono seppelliti lì sul luogo abbandonati nel deserto e coperti con sassi.

Dopo un mese arrivarono in Algeria del sud e li di nuovo mercenari a chiedere soldi per portare il gruppo al nord dell’Algeria.

Ibrahim mi racconta che lì incontrò un ragazzo che gli propose di restare con lui e cercare lavoro insieme. Invece Ibrahim volle continuare il suo viaggio verso l’Europa.

Di nuovo gli servirono dei soldi e di nuovo contattò la mamma, i soldi gli vennero trasferiti, e l’intenzione di Ibrahim era di raggiungere la capitale. Dopo qualche settimana arrivò a destinazione e scopre che per arrivare in Europa occorre imbarcarsi dalla Libia, territorio di guerra.

Trovò un lavoro in un cantiere presso il quale lavorò per tre mesi. Ibrahim mi racconta che non sapeva più che cosa significasse farsi una doccia, lavarsi, farsi uno shampoo, mangiare in modo regolare.

I soldi guadagnati nel cantiere gli servirono per vivere e per partire per la Libia. E così ricominciò un altro viaggio.

E Ibrahim si incupisce mentre racconta: incomincia a parlarmi di un suo amico partito con lui con il suo stesso desiderio di vivere in condizioni migliori, che in Libia è morto per la fame, e Ibrahim resta a guardare lontano, verso un punto indefinito. Mi chiede se io capisco che significa morire per la fame e gli rispondo che io non posso capire fino in fondo, perché non ho mai fatto questa esperienza. Vedo Ibrahim che resta con lo sguardo fermo, e io resto in silenzio, mi dice che lo sta pensando ed è molto doloroso sapere che era un ragazzo come lui con i suoi stessi desideri, e che non ce l’ha fatta. Resta fisso a guardare lontano a lungo. Poi riprende il racconto, senza non poche difficoltà.

In Libia, mi dice, fecero di tutto per non farli partire, volevano altro denaro.

Finalmente Ibrahim si imbarca su un gommone, ma durante l’attraversata l’apparecchio che segue la rotta si rompe e restano nel mare senza una direzione. Sul gommone c’erano anche donne e bambini. E la disperazione invade ad uno ad uno le persone caricate sul gommone. Erano almeno 150 gli uomini, le donne e i ragazzi presenti sul gommone.

Partirono dalla Libia  di sera e soltanto alle 17.00 dell’indomani un aereo dall’alto li ha intercettati, ha fatto tre giri sopra il gommone e poi è andato dritto verso una direzione. Lo scafista decise di seguire la direzione dell’aereo e dopo alcune ore finalmente arrivò in soccorso una nave della Croce Rossa italiana e la Guardia Costiera italiana. Ibrahim con i gesti mima le corde che vennero  lanciate dalla nave al gommone e mi dice, mimando, che lui si è aggrappato ad una ruota, usata come parabordo dalla nave, si è tirato su ha scavalcato il parapetto ed è venuto su a bordo della nave. Si è sentito salvo e libero. Finalmente era finita. Dalle 17.00 sono arrivati a Lampedusa alle 3.00 del mattino, coperti con delle coperte termiche, e sono scesi. Prima le donne incinte e i bambini e poi tutti gli altri.

Furono accolti nel centro di prima accoglienza, hanno mangiato e riposato. Dall’indomani mattina Ibrahim mi racconta che poterono fare la doccia e lo shampoo, e aggiunge che l’acqua che usciva dai capelli era nera, come l’olio. Aveva le labbra screpolate, la pelle secca e aveva bisogno di cure.

Lì Ibrahim imparò qualche parola in italiano. Il centro di Lampedusa è attrezzato con personale che aiuta i migranti a comunicare. Ibrahim correntemente parla il francese, l’inglese, la sua lingua madre e adesso anche l’italiano.

Dal centro di Lampedusa è stato trasferito a Mazara del Vallo e lì è andato a prenderlo Giorgia Butera per portarlo a Palermo.

Adesso vive a Palermo, Ibrahim però non ha terminato il suo viaggio.

La prossima estate andrà in Francia da un cugino per vedere se ci sono le condizioni per restare lì. Sta seguendo il quinto anno del liceo di scienze umane, non sa cosa farà dopo, sicuramente vuole studiare e fare l’Università.

Nel frattempo ha fatto i corsi estivi di lingua italiana, ITASTRA, ed ha i documenti: tira fuori i documenti e mi mostra il permesso di soggiorno, la carta di identità,  e il codice fiscale. E’ molto contento.

Gli chiedo se ha paura e gli dispiace lasciare Palermo per andare in un’altra città, e mi dice di no, che è sereno e ha molta curiosità a conoscere luoghi nuovi. Per lui le relazioni sono importanti e quindi è certo che non perderà i contatti con le persone che ha conosciuto a Palermo.

Guardo l’orologio, parliamo da due ore, e dico ad Ibrahim di fermarci, il suo racconto è stato bello e lo ringrazio. Lui mi dice che ha dovuto fare uno sforzo perché non gli piace ricordare il passato doloroso.

Ci alziamo dalla panchina sotto gli alberi e torniamo al sole e camminiamo in silenzio fino alla mia auto. Lo accompagno all’appuntamento con il Garante per l’infanzia e l’adolescenza e ci salutiamo al volo nel traffico della Cala.

Io resto sola con una grande storia consegnatami da raccontare. E così sarà.

 

(Testimonianza raccolta da Serena Ragusa – Psicologa Mete Onlus)