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Il Controllo Sociale Non E’ Un Sistema di “Ficcanasismo” Ma E’ Un Dovere Civico

 

Controllo sociale, un dovere morale e civico fondamentale nella prevenzione e nella protezione nei casi di violenza.

Ho condiviso con tutti voi, qualche giorno fa, un post In FB, “Mete Onlus – Sono Bambina, Non Una Sposa” sull’importanza del controllo sociale partendo dal caso drammatico della piccola Fortuna. Un caso che scuote gli animi più sensibili per una violenza così atroce e perpetrata nel tempo.

Ciò che destabilizza è che la moglie dell’abusatore, madre della piccola amichetta testimone a sua volta vittima di abusi, sapesse e di fronte al dolore fisico riportato dalla figlia, dicesse “poi passa”.

Un caso limite, grave, patologico. Esistono però molte situazioni in cui le vittime di violenza fisica e psicologica, siano essi minori o adulti, meno gravi e drammatici ma che tali possono diventare. Da un confronto con molti di voi sono nate molte perplessità, domande e riflessioni.

A chi lo dico? Come intervengo? Ho conseguenze personali? Come agire?

Premettiamo che le persone vittime di violenza, dai bambini agli adulti, nonostante la paura, la vergogna, il timore in qualche modo lanciano messaggi del proprio disagio e richieste di aiuto. Chi li deve cogliere siamo noi, noi professionisti, a partire dai luoghi istituzionali, noi singoli cittadini, amici, familiari, parenti, colleghi. Tutti.

Le Istituzioni giocano un ruolo fondamentale. A partire da chi ha funzione educativa come la scuola in cui i bambini, giovani, ma anche madri riportano esplicitamente o attraverso dei segnali la loro situazione difficile.

Non sarò ipocrita, nei miei anni di lavoro con le agenzie educative territoriali e con professionisti ho visto situazioni trascurate, gestite con poca competenza oppure dramattizzate per mancanza di conoscenza.

Ho visto denunce di violenza inevase in cui le forze dell’ordine, intervenendo in casi di violenza senza la presenza di uno psicologo, fungessero da mediatori tra la figura violenta e la vittima “calmando le acque”.

Ho visto poi agire con grandi interventismo in casi di evidente strumentalizzazione della violenza per rivendicazioni personali, economiche o familiari. C’è un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Buone leggi di prevenzione della violenza e un’applicazione a volte mal gestita. Quante volte le donne denunciano e il processo comincia dopo un anno??? Quante donne rimandate a casa dallo stesso uomo violento suggerendo accordi di tranquillità che poi evidentemente non vengono rispettati?

Quante donne chiedono aiuto e l’appuntamento in un servizio viene dato dopo dieci, quindici giorni? Periodo di tempo in cui il coraggio viene a mancare, la paura si innesca o la violenza lievita.

Quante volte una scuola teme di segnalare un caso, perché non è certa, perché è in dubbio, perché teme ripercussioni delle famiglie? Molte. Si, il sistema di tutela dalla violenza,dalla denuncia alla presa in carico, alla messa in protezione non possiamo negare che in molti casi sia ancora insufficiente, sia spesso inadeguata e poco tempestiva.

Nella battaglia continua affinché si adottino misure più efficaci, più rapide e più tutelanti, bisogna colmare un gap. Chi lo può fare? La società civile. Le associazioni, i singoli cittadini, gli amici, i parenti. Noi tutti abbiamo la responsabilità di agire, individuare strategie per la messa in protezione.

E allora come agire? Molte persone mi hanno chiesto se in un caso di sospetto bisogna denunciare. La denuncia è indubbiamente un ottimo strumento. Ma proviamo a pensare che esistono anche molti modi per intervenire, ma è necessaria la competenza. Sul territorio nazionale esistono servizi sociali dei comuni, consultori familiari, centri antiviolenza. Non sono solo centri e luoghi in cui ci rivolgiamo per problemi personali conclamati.

Possiamo rivolgerci in un’ottica di consulenza raccontando che un nostro vicino picchia brutalmente i figli, che una nostra amica manifesta una situazione di disagio e si ha il sospetto di violenza. Quando parlo di controllo sociale non intendo un intervento arbitrario incompetente con cui si rischia di fare più danni.

Intendo che non possiamo assistere in silenzio e tacere, pensando non siano “affari nostri”. Se una persona sta male è un affare di tutti. Noi di Protea Human Rights e di Mete Onlus amiamo definire il nostro intervento “assistenzialismo professionale”.

Non crediamo nell’ assistenzialismo fine a se stesso, ma nemmeno in un tecnicismo professionale che non risponda ai bisogni concreti dell’umano. Operiamo in un’azione di orientamento dei servizi e dei cittadini ma rispondiamo concretamente anche alle necessità di base. Se una donna che subisce violenza è senza vestiti e cibo non possiamo dirle che dopo una settimana ha un appuntamento a un servizio sociale. Prendiamo per lei un appuntamento, la accompagniamo ma nel frattempo la vestiamo e la sfamiamo.

Un esempio di intervento immediato che la società civile tutta dovrebbe mettere in atto, una risposta immediata e una costruzione professionale di un progetto. Per questo ringraziamo tutte le persone che ci stanno sostenendo permettendoci di essere di aiuto e di orientare davvero tante persone.

 

 

Sara Baresi

Presidente Protea Human Rights 

Consulente Mete Onlus per i Progetti Internazionali, e Paesi del Maghreb

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