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1
nov

Il nostro Ibra, Racconta il suo Viaggio

 

E’ un tiepido pomeriggio, quando incontro Ibrahim; in auto gli chiedo dove vuole andare a chiacchierare e mi risponde che gli piacerebbe andare sul prato de Foro Italico.

Ci troviamo a Palermo ed è la città di destinazione, per adesso, di Ibrahim, è la città dove ci siamo incontrati e conosciuti.

Quando arriviamo al Foro Italico chiedo ad Ibrahim se è doloroso per lui ricordare i momenti del suo viaggio e arrivo a Palermo. Mi risponde di si e se ci saranno delle cose di cui non vorrà parlare me lo dirà.

E così comincia la sua narrazione.

Mi racconta che partito dalla Guinea nel 2016, aveva dei soldi pari a 100 euro in tasca e pensava che sarebbero bastati per affrontare tutto il viaggio. E’ partito senza dire nulla a sua madre e i suoi fratelli, sentiva che desiderava delle condizioni migliori. Ne era al corrente soltanto un suo amico.

La sua prima tappa è stata nel Mali, dove ha fatto i primi incontri con chi lo doveva portare in Algeria.

Ibrahim capiva che i soldi non gli sarebbero bastati: già infatti gli erano finiti.

Dal sud del Mali adesso lo attendeva un altro viaggio, quello diretto al nord del Mali, e poi l’attraversamento del deserto fino all’Algeria.

Ibrahim mi racconta che l’unica che poteva dargli dei soldi, per continuare il suo viaggio, era la madre e così si è fatto: trasferire dei soldi che per la mamma servivano per tornare indietro in Guinea. E invece Ibrahim era ostinato e li usa per continuare il suo viaggio.

E cosi ha preso i contatti con gli uomini che lo porteranno al nord del Mali e parte.

Quando arrivò a destinazione scopre che il pagamento del denaro per il viaggio è relativo soltanto per questo spostamento e presto gli chiesero dei soldi per affrontare tutto il deserto fino all’Algeria.

E Ibrahim pagò di nuovo, per il viaggio più incredibile che abbia mai fatto: l’attraversamento del deserto.

Mi racconta con un filo di voce che hanno impiegato un mese per attraversare il deserto. Nel suo gruppo non c’erano donne e neanche bambini, soltanto uomini e ragazzi.

Il viaggio nel deserto è stato affidato ai Touareg, che Ibrahim ha tenuto a specificarmi “che stiamo parlando di banditi”; anche loro richiesero denaro, e li frugarono addosso, e quando trovarono del denaro nascosto negli slip o nelle calze, incominciarono a picchiare la persona per punirla.

Ibrahim mi racconta che nel viaggio nel deserto molti uomini morirono o si sentirono male e furono costretti a tornare indietro e abbandonare la carovana.

Quelli che morirono furono seppelliti lì sul luogo abbandonati nel deserto e coperti con sassi.

Dopo un mese arrivarono in Algeria del sud e li di nuovo mercenari a chiedere soldi per portare il gruppo al nord dell’Algeria.

Ibrahim mi racconta che lì incontrò un ragazzo che gli propose di restare con lui e cercare lavoro insieme. Invece Ibrahim volle continuare il suo viaggio verso l’Europa.

Di nuovo gli servirono dei soldi e di nuovo contattò la mamma, i soldi gli vennero trasferiti, e l’intenzione di Ibrahim era di raggiungere la capitale. Dopo qualche settimana arrivò a destinazione e scopre che per arrivare in Europa occorre imbarcarsi dalla Libia, territorio di guerra.

Trovò un lavoro in un cantiere presso il quale lavorò per tre mesi. Ibrahim mi racconta che non sapeva più che cosa significasse farsi una doccia, lavarsi, farsi uno shampoo, mangiare in modo regolare.

I soldi guadagnati nel cantiere gli servirono per vivere e per partire per la Libia. E così ricominciò un altro viaggio.

E Ibrahim si incupisce mentre racconta: incomincia a parlarmi di un suo amico partito con lui con il suo stesso desiderio di vivere in condizioni migliori, che in Libia è morto per la fame, e Ibrahim resta a guardare lontano, verso un punto indefinito. Mi chiede se io capisco che significa morire per la fame e gli rispondo che io non posso capire fino in fondo, perché non ho mai fatto questa esperienza. Vedo Ibrahim che resta con lo sguardo fermo, e io resto in silenzio, mi dice che lo sta pensando ed è molto doloroso sapere che era un ragazzo come lui con i suoi stessi desideri, e che non ce l’ha fatta. Resta fisso a guardare lontano a lungo. Poi riprende il racconto, senza non poche difficoltà.

In Libia, mi dice, fecero di tutto per non farli partire, volevano altro denaro.

Finalmente Ibrahim si imbarca su un gommone, ma durante l’attraversata l’apparecchio che segue la rotta si rompe e restano nel mare senza una direzione. Sul gommone c’erano anche donne e bambini. E la disperazione invade ad uno ad uno le persone caricate sul gommone. Erano almeno 150 gli uomini, le donne e i ragazzi presenti sul gommone.

Partirono dalla Libia  di sera e soltanto alle 17.00 dell’indomani un aereo dall’alto li ha intercettati, ha fatto tre giri sopra il gommone e poi è andato dritto verso una direzione. Lo scafista decise di seguire la direzione dell’aereo e dopo alcune ore finalmente arrivò in soccorso una nave della Croce Rossa italiana e la Guardia Costiera italiana. Ibrahim con i gesti mima le corde che vennero  lanciate dalla nave al gommone e mi dice, mimando, che lui si è aggrappato ad una ruota, usata come parabordo dalla nave, si è tirato su ha scavalcato il parapetto ed è venuto su a bordo della nave. Si è sentito salvo e libero. Finalmente era finita. Dalle 17.00 sono arrivati a Lampedusa alle 3.00 del mattino, coperti con delle coperte termiche, e sono scesi. Prima le donne incinte e i bambini e poi tutti gli altri.

Furono accolti nel centro di prima accoglienza, hanno mangiato e riposato. Dall’indomani mattina Ibrahim mi racconta che poterono fare la doccia e lo shampoo, e aggiunge che l’acqua che usciva dai capelli era nera, come l’olio. Aveva le labbra screpolate, la pelle secca e aveva bisogno di cure.

Lì Ibrahim imparò qualche parola in italiano. Il centro di Lampedusa è attrezzato con personale che aiuta i migranti a comunicare. Ibrahim correntemente parla il francese, l’inglese, la sua lingua madre e adesso anche l’italiano.

Dal centro di Lampedusa è stato trasferito a Mazara del Vallo e lì è andato a prenderlo Giorgia Butera per portarlo a Palermo.

Adesso vive a Palermo, Ibrahim però non ha terminato il suo viaggio.

La prossima estate andrà in Francia da un cugino per vedere se ci sono le condizioni per restare lì. Sta seguendo il quinto anno del liceo di scienze umane, non sa cosa farà dopo, sicuramente vuole studiare e fare l’Università.

Nel frattempo ha fatto i corsi estivi di lingua italiana, ITASTRA, ed ha i documenti: tira fuori i documenti e mi mostra il permesso di soggiorno, la carta di identità,  e il codice fiscale. E’ molto contento.

Gli chiedo se ha paura e gli dispiace lasciare Palermo per andare in un’altra città, e mi dice di no, che è sereno e ha molta curiosità a conoscere luoghi nuovi. Per lui le relazioni sono importanti e quindi è certo che non perderà i contatti con le persone che ha conosciuto a Palermo.

Guardo l’orologio, parliamo da due ore, e dico ad Ibrahim di fermarci, il suo racconto è stato bello e lo ringrazio. Lui mi dice che ha dovuto fare uno sforzo perché non gli piace ricordare il passato doloroso.

Ci alziamo dalla panchina sotto gli alberi e torniamo al sole e camminiamo in silenzio fino alla mia auto. Lo accompagno all’appuntamento con il Garante per l’infanzia e l’adolescenza e ci salutiamo al volo nel traffico della Cala.

Io resto sola con una grande storia consegnatami da raccontare. E così sarà.

 

(Testimonianza raccolta da Serena Ragusa – Psicologa Mete Onlus)

 

 

 

 

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21
ott

“Sono Bambina, Non Una Sposa” – Pubblicazione

 

“I Sogni Son Desideri. Sono Bambina, Non Una Sposa”, presenta l’uomo di oggi trattando tematiche inerenti l’alta dignità dell’individuo, come educazione sentimentale, educazione sessuale, diritti umani, accoglienza, discriminazione, parola.
La seconda parte del testo è dedicata integralmente allo studio ed alla ricerca internazionale riguardante il fenomeno dei matrimoni precoci e forzati e le spose bambine, tracciando il percorso della Comunità Internazionale “Sono Bambina, Non Una Sposa”.
Un impegno umanitario che nonostante la negazione delle parole scritte, parla d’amore.
“I Sogni Son Desideri” narra il percorso sin qui fatto, sia su territorio estero, sia italiano. Su territorio italiano sono diversi gli incontri già avvenuti nelle scuole, insieme agli studenti si affronta il tema dei diritti umani per riportare i giovani di oggi ad una osservazione attenta dei sentimenti dell’anima, del rispetto nei confronti della dignità della persona e della vita. Altro accento viene posto nei confronti dell’uso indiscriminato della parola, la si è svuotata del proprio significato, perdendone bellezza. La gentilezza si è smarrita anche nell’uso della parola.
Il mondo attuale si è fracassato per aver perso ogni piacevolezza sessuale, nel nome della sessualità si fanno abusi, nel nome della sessualità si uccide. Dimenticando che condividere l’intimità dello stare insieme restituisce a ciascuno di noi la gratificazione emozionale; l’umanità si sta perdendo in reticoli privi di educazione e rispetto. “Ciò che vorrei è che nelle scuole si potesse parlare, strutturando delle ore prestabilite, di educazione sentimentale e sessuale. In questo modo si riporterebbe ordine nell’animo umano”, afferma Giorgia Butera.
Si affronta anche la questione della Accoglienza, di chi in cerca di una vita migliore in altri luoghi del mondo, attraversa il mare venendone spesso inghiottito.
Testimonianze dirette arrivano dagli incontri nelle carceri, dove la Butera insieme ai detenuti protetti tratta lo squilibrio di genere.
Un testo espresso linguisticamente su più livelli, la ricerca scientifica, l’autobiografia narrativa e i diversi contributi esterni, come quello di Ornella SugarRay Lodin, storico della filosofia, ed Anna Rita Donisi, Attrice e Speaker Radiofonica.
Giorgia Butera ha scelto ancora una volta l’essere una scrittrice indipendente per questo nuovo lavoro, la pubblicazione è avvenuta con Amazon e, successivamente la produzione del cartaceo.

 

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Per Quanto Mi Riguarda
21
ott

“Per Quanto Mi Riguarda, Ho Fatto la Mia Scelta”, Seconda Edizione

 

E’ uscito in seconda edizione, il Testo di Giorgia Butera (Sociologa della Comunicazione, Scrittrice e Presidente Mete Onlus) “Per Quanto Mi Riguarda, Ho Fatto la Mia Scelta”.

Il titolo richiama la celebre frase di Wangari Maathai, la prima donna africana ad aver ricevuto il “Premio Nobel per la Pace” nel 2004  “per il suo contributo alle cause dello sviluppo sostenibile, della democrazia e della pace”.
Il Testo è stato inserito all’interno del “Progetto Unesco Scuole”.
In copertina, Aicha Duihi, Donna autorevole e militante per la tutela dei Diritti Umani in Marocco.

Abstract: “Per raccontare, fotografando attraverso atti o fatti il singolo, è necessario che avvenga una contestualizzazione storico-sociale ed ambientale.

In questo lavoro si affronta la Donna nella sua completezza; negli ultimi tempi sta avvenendo una presa di coscienza maggiore su tutto ciò che riguarda la dimensione femminile, ma sono troppe le conquiste ancora da fare.

In alcune zone del mondo si registra ancora una ristrettezza culturale, questo colloca la donna in una condizione subalterna all’interno della società.

La scrittura scorre attraverso una fotografia testuale sociologica tra Diritti Umani e Giustizia Sociale.

Impresa, economia, sociale, attività legislativa, tecnologia, curiosità. Partendo dall’origine, raccontando il peccato originale di Adamo ed Eva.

E poi, la presentazione di dieci storie di donne e simboli: la Statua della Libertà. Frida Kahlo, La Storia di Maria Narrata dai Vangeli, Franca Viola, Aung San Suu Kyi, Rita Levi Montalcini, Rebecca West, Wangari Maathai, Piccola Rawan ( la sposa bambina morta dopo la prima notte di nozze per le lesioni causate dal rapporto), Anna Frank. E poi, un unico Uomo: Mandela.

La narrazione inizia omaggiando una terra felice, anche se povera. Un tributo alla vita.

Il tributo è per il Bhutan.

Il Buthan è un piccolo Stato montuoso dell’Asia, localizzato nella catena himalayana. La capitale è Thimphu. Confina a nord con la Cina e a sud con l’India.  In questo Paese da qualche anno adottano come indicatore per calcolare il benessere della popolazione il FIL – Felicità Interna Lorda -.

I criteri presi in considerazione sono la qualità dell’aria, la salute dei cittadini, l’istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali.

Secondo un sondaggio, è anche la nazione più felice del continente e l’ottava del mondo. Gli ideatori di questo indice non mirano ad una “retrocessione”, ovvero, non vogliono passare per anti-tecnologici o anti-materialisti, ma il loro programma punta a migliorare l’istruzione, la protezione dell’ecosistema e a permettere lo sviluppo delle comunità locali”.

 

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Via Serradifalco
21
ott

“Via Serradifalco, 190. Il mio Impegno per la Civiltà, la Democrazia e la Pace”

 

“Via Serradifalco, 190. Il mio impegno per la Civiltà, la Democrazia e la Pace” è’ un racconto autobiografico dell’esistente, il titolo trae origine dall’indirizzo della Scuola Media Inferiore  frequentata da Giorgia Butera (Presidente Mete Onlus/Advocacy) nei primi anni ’90, nella Città di Palermo. Una scuola avanguardista, ancor di più, in quegli anni.

Alla “Leonardo da Vinci”, imparà l’essere indipendente nella creatività, nell’intelletto e soprattutto nella capacità del manifestarsi. Capì l’importanza che si ha nell’agire per contribuire a rendere il mondo civile, rendendolo libero ed uguale, manifestando (anche) il proprio dissenso e tendendo la mano verso chi non è in grado da solo di ribellarsi.

Furono questi i principi vitali che fecero nascere in lei l’amore universale nei confronti di Nelson Mandela, e così, l’Apharteid divenne l’attuazione concreta del mio vivere.

Il testo è dedicato a tutti i Bambini e le Bambine del mondo. Ed alle Donne che vivono, in costrizione, nei Campi di Tindouf.

 

 

 

 

 

TU
20
ott

“Torniamo Umani”

 

La pubblicazione Editoriale di Giorgia Butera (Presidente Mete Onlus/Advocacy) dal titolo: “Torniamo Umani. Riflessioni sui Diritti Umani Internazionali: Donne, Bambini e Rifugiati” affronta l’esistente, il mondo che viviamo.

La prefazione è a cura di Yousif Latif Jaralla (regista e cantastorie iracheno).

Per ciascun Focus leggerete un’ intervista rivolta ad una autorevole personalità di rilevanza internazionale.

Per il Focus Bambini, l’intervista è rivolta ad Andrea Bellardinelli (Coordinatore Programma Italia Emergency). All’interno, una riflessione di Cecilia Strada, già Presidente di Emergency.

Per il Focus Rifugiati, l’intervista è rivolta al Professor Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo.

All’interno del Focus, un pregiato contributo rilasciato da Aicha Duihi (Marocco), militante dei Diritti Umani, e Presidente dell’Osservatorio Internazionale per le Vittime di Tindouf (i Campi di Tindouf si trovano in Algeria).

Per il Focus Donne, l’intervista è rivolta a Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista. La Battaglia è nata a Catania, e vive tra Milano e Sanaa (Yemen).

Il Testo è un invito/appello al mondo che vogliamo. Un mondo di Pace, dove i Diritti Umani vengano tutelati; dove nessun conflitto, od attentato terroristico accada più; dove ogni bambino possa crescere in modo sano e naturale; dove ogni donna possa vivere liberamente senza dover subire alcun tipo di violazione ed abuso; dove la migrazione forzata cambi volto, e dignità.

www.amazon.it/Torniamo-Umani-Riflessione-Diritti-Internazionali-ebook/dp/B078JHH93W/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1513934325&sr=1-1

 

Tratta
20
ott

La Tratta di essere Umani

 

Nel 2013 l’Assemblea Generale, con la Risoluzione A/RES/68/192, ha proclamato il 30 luglio la Giornata mondiale contro la tratta di persone. Lo scopo è quello di sensibilizzare la comunità internazionale sulla situazione delle vittime e promuovere la difesa dei loro diritti.

La tratta di esseri umani rappresenta un crimine transnazionale che viene definito dall’art.3 del “Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini”.

La definizione di tratta comprende il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento. Lo sfruttamento comprende, come minimo, lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro forzato o prestazioni forzate, schiavitù o pratiche analoghe, l’asservimento o il prelievo di organi.

A livello europeo, la tratta viene definita dalla Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani. L’Unione Europea ha emanato due direttive sulla questione: la Direttiva 2004/81/CE del Consiglio, del 29 aprile 2004, riguardante il titolo di soggiorno da rilasciare ai cittadini di paesi terzi vittime della tratta di esseri umani o coinvolti in un’azione di favoreggiamento dell’immigrazione illegale che cooperino con le autorità competenti e la Direttiva 2011/36/UE del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 5 aprile 2011, concernente la prevenzione e la repressione della tratta di esseri umani e la protezione delle vittime, e che sostituisce la decisione quadro del Consiglio 2002/629/GAI.

In Italia il reato di tratta viene definito dall’art. 601 del Codice penale così come recentemente modificato dal D.Lgs. 24/20146 che ha dato attuazione alla direttiva 2011/36/UE.

L’art. 18 del Testo Unico sull’Immigrazione e l’art. 27 del Regolamento di attuazione disciplinano le modalità di rilascio di un permesso di soggiorno “per protezione sociale” nei confronti dello straniero, la cui incolumità sia in pericolo per effetto dei tentativi di sottrarsi ai condizionamenti di un’associazione criminale dedita a reati quali lo sfruttamento della prostituzione, lo sfruttamento minorile, l’accattonaggio, la riduzione in schiavitù, la tratta di persone o altri per i quali è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza ex art. 380 c.p.p., oppure delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari o del giudizio.

Negli ultimi quindici anni l’Italia è stata interessata in misura sempre maggiore dal fenomeno degli arrivi via mare di migranti e richiedenti protezione internazionale, in partenza dalle coste della Libia, della Tunisia e dell’Egitto. Questi flussi sono aumentati in modo significativo nel 2011 in concomitanza dei mutamenti politici denominati “Primavera Araba” nei Paesi del Nord Africa (soprattutto in Tunisia e Libia) e con l’intensificarsi del conflitto in Siria. In particolare nel 2014 si è registrato l’arrivo di oltre 170.000 persone via mare, di cui più di 42.000 cittadini siriani in fuga dalla guerra. Il numero di rifugiati siriani in arrivo in Italia si è ridotto sensibilmente nel 2015.

Nello stesso anno si è aperta la rotta balcanica che dalla Turchia passa attraverso la Grecia e i paesi balcanici e la maggior parte dei rifugiati siriani si è spostata lungo questa rotta.

In Italia nel 2015 e nel 2016 si è registrato un significativo numero di arrivi di migranti e richiedenti protezione internazionale provenienti principalmente dalla Libia ed originari dei paesi dell’Africa occidentale e del Corno d’Africa.

Dall’inizio del 2017 ad oggi in Italia è stato inoltre rilevato un aumento dei migranti provenienti dai paesi dell’Africa Occidentale ed una sensibile diminuzione di coloro che arrivano dai paesi del Corno d’Africa.

L’identificazione della vittima di tratta può avvenire, infatti, anche in momenti successivi allo sbarco o dopo un certo periodo di accoglienza e permanenza sul territorio, poiché la stessa può non aver recepito le informazioni sui programmi di protezione ricevute al momento dello sbarco o nei momenti immediatamente successivi, o non aver preso subito coscienza della propria condizione.

Indicatore rilevante è lo lo stato psico‐fisico: se in gruppo, sono le più sottomesse e silenziose, a volte evidentemente controllate da altre/i migranti, che ad esempio rispondono al posto loro, oppure si oppongono ad un colloquio privato.

Prima di partire fanno fare alle ragazze un rito; il voodoo. Il rito si compie alla presenza di uno sciamano locale, il “native doctor”, della ragazza, della madame (la sfruttatrice). La ragazza consegna sangue, unghie, capelli, peli pubici ed una sua fotografia. Su queste parti del corpo viene sacrificato un animale, spesso una gallina, di cui la ragazza è costretta a mangiarne il cuore. Tutto viene poi conservato in una busta di stoffa e consegnato alla persona che sarà proprietaria della ragazza. La ragazza che compie il rito non sa che dovrà prostituirsi, con quel rito si impegna solo a pagare il suo debito.

Durante il rito si giura fedeltà alla donna che è l’amica della prima donna che ha avvicinato la famiglia e si giura di non dichiarare mai il nome della madame e delle persone che ti hanno portata in Italia. La minaccia che si fa, in caso di mancato adempimento delle promesse, è la morte. Morte della ragazza e della sua famiglia. L’altra minaccia è il “maleficio” sempre nei confronti della ragazza e della sua famiglia.

La terminologia:

Madame: il termine “madame” è un appellativo di rispetto che significa “signora”, ma nel contesto della tratta indica la trafficante che gestisce le vittime di tratta a scopo di sfruttamento sessuale, a cui devono ripagare il debito contratto prima di lasciare il paese di origine. Spesso è essa stessa un’ex vittima di tratta che, una volta pagato il debito, decide di guadagnare dallo stesso traffico di cui è stata vittima in passato.

Native doctor: sciamano presso cui le vittime di tratta vengono sottoposte a rituale voodoo (“juju” nigeriano).

Boga: accompagnatore. Il boga è colui che accompagna una o più ragazze dalla Nigeria alla Libia e che ha i contatti telefonici con la madame/oga e i trafficanti della rete criminale. Boga è anche colui che preleva la vittima di tratta appena sbarcata e ospite in un centro di accoglienza in Italia per accompagnarla dalla madame. Sono presenti diversi boga dalla Nigeria all’Europa con lo scopo di custodire “la merce” sino a quando non sarà giunta a destinazione per essere sfruttata.

Connection man: organizzatore del viaggio/smuggler. Generalmente indicato come colui che organizza i viaggi dalla Nigeria all’Italia attraverso la Libia. Più “connection man” possono contribuire al trasporto di una stessa vittima, ad esempio uno in Nigeria e uno diverso in Libia.

Connection house: casa chiusa/bordello. Generalmente le vittime di tratta indicano con il termine “connection house” le case chiuse in Libia e, più recentemente, anche quelle in Italia o in Europa, dove sono forzate alla prostituzione. In Italia e in Europa, spesso sono le minori ad essere rinchiuse nelle connection houses, perché in strada darebbero troppo nell’occhio. Vengono così definiti i anche bordelli presenti all’interno di “ghetti” (vedi sotto) quali Rignano Garganico, Rosarno, ecc.

Ghetto: è il termine utilizzato dalle vittime di tratta e dai migranti in generale per indicare il luogo, spesso un casolare abbandonato, in cui attendono prima di imbarcarsi su un gommone. Usato anche per indicare gli agglomerati informali in cui vivono molti migranti in Italia. In italiano si direbbe baracca o baraccopoli.

Lapalapa: gommone.

 

 

 

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24
giu

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DIRITTI UMANI E RICERCA

 

L’OIDUR, l’Osservatorio Internazionale Diritti Umani e Ricerca, nasce dall’intesa consolidata nel tempo, delle Associazioni Mete Onlus (Presieduta da Giorgia Butera) e Protea Human Rights (Presieduta da Sara Baresi). Le due Associazioni basate in Italia ed impegnate nella difesa e tutela dei diritti umani in ambito internazionale, nella salvaguardia della convivenza civile e democratica, e nella inclusione sociale in ogni sua declinazione, danno seguito alla Commission Human Right ONU, la quale ha emanato la Direttiva A/ARES/53/144 per sancire e dare mandato a chiunque, di ergersi in qualsiasi istante, come difensore dei diritti umani, e vigilare affinchè non si commettano abusi e violazioni di alcun genere.

L’OIDUR è presieduto da Giorgia Butera.

L’OIDUR è indipendente da Governi, istituzioni pubbliche, partiti o movimenti politici, confessioni religiose e altre organizzazioni di qualunque natura, ed opera nell’esclusivo perseguimento dei propri fini. Può collaborare con qualunque realtà o persona fisica, ne richieda il supporto.

L’OIDUR ha due obiettivi: 1) sostenere, difendere, e tutelare i diritti umani in ogni parte del mondo; 2) promuove lo svolgimento di attività di ricerca e formazione. L’organismo potrà realizzare reportage fotografici, dossier, video, book, mostre, convegni, analisi sociali ed economiche, monitoraggi, analisi sul campo. E quant’altro possa essere utile alla conoscenza dei fatti. I risultati delle indagini e ricerche saranno pubblicati al fine di divulgare conoscenza.

L’OIDUR si propone come sportello di ascolto, di sostegno e di orientamento per tutti coloro che, trovandosi in situazioni di disagio, necessitino di una presa in carico psicologica e/o legale.

L’OIDUR collaborerà con enti di tutela dei diritti umani, istituzioni, associazioni nazionali ed internazionali al fine di prevenire, sostenere e difendere casi di violazione dei diritti fondamentali dell’uomo

L’OIDUR si occuperà anche di svolgere un monitoraggio della tutela dei diritti umani, ed individuerà le esperienze promosse sul territorio nazionale ed internazionale condividendo in rete le “buone pratiche” che possano essere adottate da vari organismi.

L’OIDUR si avvale di un Team di professionisti in grado di intervenire in ogni contesto di comprovata esperienza e formazione.

Le attività di ricerca consistono, in particolare, in convegni scientifici, conferenze di studiosi italiani e stranieri, incontri di studio informali. Esse consistono altresì in ricerche di gruppo, anche in collaborazione con istituti universitari. Le ricerche possono essere svolte anche sulla base di incarichi e finanziamenti da parte di soggetti pubblici e privati, alle quali potranno partecipare soci e studiosi esterni all’associazione.