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Mete Associazione
26
Gen

La Psicologia Oncologica ha come Obiettivo quello di Migliorare la Qualità della Vita del Paziente

 

La Psicologia oncologica è la disciplina che si occupa, in maniera privilegiata e specifica, della vasta area delle variabili psicologiche connesse alla patologia neoplastica e in generale delle implicazioni psico-sociali dei tumori. Essa nasce e si impone, in funzione delle complesse problematiche psicologiche ed emozionali, che interessano la maggior parte dei pazienti affetti da cancro, nel porre attenzione a queste problematiche, riunisce e comprende in sé, tanto la metodologia che la teoresi della medicina (Oncologia) che della psicologia (Psicosomatica).

La Psicologia oncologica, mostra dunque, essere il risultato ultimo di una convergenza tra la psicologia, che focalizza in particolare gli aspetti più soggettivi, espressi dal paziente neoplastico attraverso i suoi sintomi e la sua sofferenza e l’oncologia, che privilegia gli aspetti più oggettivi e tangibili dei medesimi sintomi, della medesima sofferenza. Qualunque sia la diagnosi, la prognosi, la risposta alle terapie, non esistono tumori di scarsa rilevanza. Il cancro infatti rappresenta sempre, per il paziente e per la sua famiglia ma anche per i terapeuti, una prova esistenziale sconvolgente. Questa prova riguarda tutti gli aspetti della vita: il rapporto con il proprio corpo, il significato dato alla sofferenza, alla malattia, alla morte, così come le relazioni famigliari, sociali, professionali.

Pertanto il trattamento del paziente oncologico deve avere come obiettivo principale quello di migliorare la qualità della vita e di limitare il rischio di conseguenze psicopatologiche tali da condizionare la vita futura del malato. Il sostegno sociale rappresenta pertanto un elemento costitutivo del trattamento del paziente oncologico e rientra nelle responsabilità di ciascuna figura terapeutica: del medico di medicina generale, del medico oncologo, dell’infermiere, dello psichiatra e dello psicologo, dell’equipe curante nel suo complesso.

La psiconcologia si situa come interfaccia da un lato dell’oncologia dall’altro della psicologia e della psichiatria ed analizza in un’ottica transculturale due significative dimensioni legate al cancro: l’impatto psicologico e sociale della malattia sul paziente, la sua famiglia e l’equipe curante; il ruolo dei fattori psicologici e comportamentali nella prevenzione, nella diagnosi precoce e nella cura delle neoplasie. La specificità della psiconcologia consiste nel suo rivolgersi ad un paziente il cui disagio psicologico non dipende primariamente da un disturbo psicopatologico ma è generato dalla situazione traumatizzante della malattia.

Il concetto di crisi, considerato come “momento di cambiamento” in cui si trova l’individuo, nell’ambito del quale possiamo distinguere tre momenti: 1) l’esplicitazione del problema (qui troviamo: il cambiamento nel rapporto con se stessi e con gli altri, la consapevolezza della propria vulnerabilità e dell’eventualità della propria morte), che ha il valore di una richiesta di aiuto e testimonia il fatto che le circostanze oltrepassano le capacità di autogestione del problema da parte del soggetto; 2) la mobilitazione della rete sociale prossima al paziente (familiari, curanti); 3) lo sviluppo di un nuovo equilibrio attraverso l’individuazione di soluzioni adattive e l’accettazione del cambiamento.

L’intervento psicologico clinico in oncologia ha come principali destinatari il malato e la sua rete sociale prossima, costituita in primo luogo dai familiari. Per questi ultimi la possibilità di un supporto psicologico specifico riguarda non soltanto il periodo di malattia del paziente ma anche il momento successivo all’eventuale decesso, nelle fasi che caratterizzano l’elaborazione del lutto. Obiettivi nei confronti del malato saranno:     1) aiutare il paziente lungo il tutto il decorso della malattia e nei momenti particolarmente destabilizzanti, dalla diagnosi alla guarigione o all’abituale; aiutarlo a contenere i sintomi psicologici che lo affliggono; 2) aiutarlo a modificare i comportamenti a rischio rispetto al possibile peggioramento delle sue condizioni psicofisiche generali (eccessiva assunzione di alcol, tabagismo, disturbi del comportamento alimentare ecc).

Obiettivi nei confronti della famiglia saranno: 1)aiutare la famiglia durante tutto l’iter clinico percorso dal membro che si è ammalato, dal momento della diagnosi fino alla guarigione o all’abituale; 2) favorire il processo di elaborazione del lutto dopo la morte del paziente. Alla figura dello psiconcologo compete inoltre un ruolo di sostegno all’equipe che, in particolare nelle fasi avanzate della malattia oncologica, si confronta in modo intenso con la sofferenza del paziente. Risulta infine importante il coinvolgimento di questa figura professionale nei processi educativi e formativi finalizzati a migliorare le capacità degli operatori a valutare, riconoscere e trattare in maniera integrata il dolore.

La diagnosi di cancro determina notevoli ripercussioni sull’equilibrio della struttura familiare. Il processo di reazione della famiglia al cancro dipenderà da diversi fattori quali età, sesso, tipo di patologia e ruolo del paziente all’interno della famiglia, ciclo vitale della famiglia stessa,eventuale presenza di conflitti fra i membri, modalità di espressione delle emozioni, etc. .Il modo in cui la famiglia è toccata nel presente (e dunque essa reagisce) al tumore può lasciare delle conseguenze spesso gravi e durature.

A volte la malattia può portare un membro della famiglia ad esplicitare una richiesta di aiuto sia per le ripercussioni del cancro, sia per problematiche preesistenti all’evento malattia . Nel sistema malato-famiglia-equipe, spesso si osservano giochi di alleanza e di esclusione che a volte possono persino condurre al rifiuto del trattamento, al ricorso a medicine alternative (e al rifiuto di tutto ciò che è medico) o, al contrario, ad un’alleanza troppo stretta curante famiglia che può escludere il paziente (cose non dette, richiesta di eutanasia da parte di terzi ecc.).

La dimensione psicologica e relazionale rappresenta un elemento di peculiare importanza in oncologia. I curanti, infatti, devono di volta in volta saper tollerare e contenere quotidianamente le reazioni emozionali ed affettive dei pazienti e delle loro famiglie,sviluppando una particolare sensibilità rispetto alla percezione dei segni di disagio e dei limiti insiti nelle possibilità di adattamento del paziente stesso alla malattia.

Talvolta la necessità – anche legale – di informare il paziente può essere difficilmente conciliabile con il desiderio dei medici di incoraggiare quest’ultimo: la costante collaborazione con gli psichiatri e con gli psicologi che hanno acquisito una specifica esperienza sulla comunicazione in campo oncologico permetterà dunque di affrontare meglio tali questioni. La psiconcologia risponde all’esigenza di una riflessione specifica sui processi psichici implicati nell’adattamento dei pazienti alla malattia e sulla valutazione della loro qualità di vita.Deve quindi fornire strumenti utili all’organizzazione della formazione di tutte le figure professionali coinvolte e proporre strategie efficaci nel sostegno psicologico al malato. Si tratta di un insieme di conoscenze e da una serie di competenze in costante evoluzione, sulle quali si fonda l’identità professionale dello psiconcologo.

 

Daniela Cusimano
Psicologa Mete Onlus

 

 

1
Nov

Il nostro Ibra, Racconta il suo Viaggio

 

E’ un tiepido pomeriggio, quando incontro Ibrahim; in auto gli chiedo dove vuole andare a chiacchierare e mi risponde che gli piacerebbe andare sul prato de Foro Italico.

Ci troviamo a Palermo ed è la città di destinazione, per adesso, di Ibrahim, è la città dove ci siamo incontrati e conosciuti.

Quando arriviamo al Foro Italico chiedo ad Ibrahim se è doloroso per lui ricordare i momenti del suo viaggio e arrivo a Palermo. Mi risponde di si e se ci saranno delle cose di cui non vorrà parlare me lo dirà.

E così comincia la sua narrazione.

Mi racconta che partito dalla Guinea nel 2016, aveva dei soldi pari a 100 euro in tasca e pensava che sarebbero bastati per affrontare tutto il viaggio. E’ partito senza dire nulla a sua madre e i suoi fratelli, sentiva che desiderava delle condizioni migliori. Ne era al corrente soltanto un suo amico.

La sua prima tappa è stata nel Mali, dove ha fatto i primi incontri con chi lo doveva portare in Algeria.

Ibrahim capiva che i soldi non gli sarebbero bastati: già infatti gli erano finiti.

Dal sud del Mali adesso lo attendeva un altro viaggio, quello diretto al nord del Mali, e poi l’attraversamento del deserto fino all’Algeria.

Ibrahim mi racconta che l’unica che poteva dargli dei soldi, per continuare il suo viaggio, era la madre e così si è fatto: trasferire dei soldi che per la mamma servivano per tornare indietro in Guinea. E invece Ibrahim era ostinato e li usa per continuare il suo viaggio.

E cosi ha preso i contatti con gli uomini che lo porteranno al nord del Mali e parte.

Quando arrivò a destinazione scopre che il pagamento del denaro per il viaggio è relativo soltanto per questo spostamento e presto gli chiesero dei soldi per affrontare tutto il deserto fino all’Algeria.

E Ibrahim pagò di nuovo, per il viaggio più incredibile che abbia mai fatto: l’attraversamento del deserto.

Mi racconta con un filo di voce che hanno impiegato un mese per attraversare il deserto. Nel suo gruppo non c’erano donne e neanche bambini, soltanto uomini e ragazzi.

Il viaggio nel deserto è stato affidato ai Touareg, che Ibrahim ha tenuto a specificarmi “che stiamo parlando di banditi”; anche loro richiesero denaro, e li frugarono addosso, e quando trovarono del denaro nascosto negli slip o nelle calze, incominciarono a picchiare la persona per punirla.

Ibrahim mi racconta che nel viaggio nel deserto molti uomini morirono o si sentirono male e furono costretti a tornare indietro e abbandonare la carovana.

Quelli che morirono furono seppelliti lì sul luogo abbandonati nel deserto e coperti con sassi.

Dopo un mese arrivarono in Algeria del sud e li di nuovo mercenari a chiedere soldi per portare il gruppo al nord dell’Algeria.

Ibrahim mi racconta che lì incontrò un ragazzo che gli propose di restare con lui e cercare lavoro insieme. Invece Ibrahim volle continuare il suo viaggio verso l’Europa.

Di nuovo gli servirono dei soldi e di nuovo contattò la mamma, i soldi gli vennero trasferiti, e l’intenzione di Ibrahim era di raggiungere la capitale. Dopo qualche settimana arrivò a destinazione e scopre che per arrivare in Europa occorre imbarcarsi dalla Libia, territorio di guerra.

Trovò un lavoro in un cantiere presso il quale lavorò per tre mesi. Ibrahim mi racconta che non sapeva più che cosa significasse farsi una doccia, lavarsi, farsi uno shampoo, mangiare in modo regolare.

I soldi guadagnati nel cantiere gli servirono per vivere e per partire per la Libia. E così ricominciò un altro viaggio.

E Ibrahim si incupisce mentre racconta: incomincia a parlarmi di un suo amico partito con lui con il suo stesso desiderio di vivere in condizioni migliori, che in Libia è morto per la fame, e Ibrahim resta a guardare lontano, verso un punto indefinito. Mi chiede se io capisco che significa morire per la fame e gli rispondo che io non posso capire fino in fondo, perché non ho mai fatto questa esperienza. Vedo Ibrahim che resta con lo sguardo fermo, e io resto in silenzio, mi dice che lo sta pensando ed è molto doloroso sapere che era un ragazzo come lui con i suoi stessi desideri, e che non ce l’ha fatta. Resta fisso a guardare lontano a lungo. Poi riprende il racconto, senza non poche difficoltà.

In Libia, mi dice, fecero di tutto per non farli partire, volevano altro denaro.

Finalmente Ibrahim si imbarca su un gommone, ma durante l’attraversata l’apparecchio che segue la rotta si rompe e restano nel mare senza una direzione. Sul gommone c’erano anche donne e bambini. E la disperazione invade ad uno ad uno le persone caricate sul gommone. Erano almeno 150 gli uomini, le donne e i ragazzi presenti sul gommone.

Partirono dalla Libia  di sera e soltanto alle 17.00 dell’indomani un aereo dall’alto li ha intercettati, ha fatto tre giri sopra il gommone e poi è andato dritto verso una direzione. Lo scafista decise di seguire la direzione dell’aereo e dopo alcune ore finalmente arrivò in soccorso una nave della Croce Rossa italiana e la Guardia Costiera italiana. Ibrahim con i gesti mima le corde che vennero  lanciate dalla nave al gommone e mi dice, mimando, che lui si è aggrappato ad una ruota, usata come parabordo dalla nave, si è tirato su ha scavalcato il parapetto ed è venuto su a bordo della nave. Si è sentito salvo e libero. Finalmente era finita. Dalle 17.00 sono arrivati a Lampedusa alle 3.00 del mattino, coperti con delle coperte termiche, e sono scesi. Prima le donne incinte e i bambini e poi tutti gli altri.

Furono accolti nel centro di prima accoglienza, hanno mangiato e riposato. Dall’indomani mattina Ibrahim mi racconta che poterono fare la doccia e lo shampoo, e aggiunge che l’acqua che usciva dai capelli era nera, come l’olio. Aveva le labbra screpolate, la pelle secca e aveva bisogno di cure.

Lì Ibrahim imparò qualche parola in italiano. Il centro di Lampedusa è attrezzato con personale che aiuta i migranti a comunicare. Ibrahim correntemente parla il francese, l’inglese, la sua lingua madre e adesso anche l’italiano.

Dal centro di Lampedusa è stato trasferito a Mazara del Vallo e lì è andato a prenderlo Giorgia Butera per portarlo a Palermo.

Adesso vive a Palermo, Ibrahim però non ha terminato il suo viaggio.

La prossima estate andrà in Francia da un cugino per vedere se ci sono le condizioni per restare lì. Sta seguendo il quinto anno del liceo di scienze umane, non sa cosa farà dopo, sicuramente vuole studiare e fare l’Università.

Nel frattempo ha fatto i corsi estivi di lingua italiana, ITASTRA, ed ha i documenti: tira fuori i documenti e mi mostra il permesso di soggiorno, la carta di identità,  e il codice fiscale. E’ molto contento.

Gli chiedo se ha paura e gli dispiace lasciare Palermo per andare in un’altra città, e mi dice di no, che è sereno e ha molta curiosità a conoscere luoghi nuovi. Per lui le relazioni sono importanti e quindi è certo che non perderà i contatti con le persone che ha conosciuto a Palermo.

Guardo l’orologio, parliamo da due ore, e dico ad Ibrahim di fermarci, il suo racconto è stato bello e lo ringrazio. Lui mi dice che ha dovuto fare uno sforzo perché non gli piace ricordare il passato doloroso.

Ci alziamo dalla panchina sotto gli alberi e torniamo al sole e camminiamo in silenzio fino alla mia auto. Lo accompagno all’appuntamento con il Garante per l’infanzia e l’adolescenza e ci salutiamo al volo nel traffico della Cala.

Io resto sola con una grande storia consegnatami da raccontare. E così sarà.

 

(Testimonianza raccolta da Serena Ragusa – Psicologa Mete Onlus)

 

 

 

 

 

24
Giu

OSSERVATORIO INTERNAZIONALE DIRITTI UMANI E RICERCA

 

L’OIDUR, l’Osservatorio Internazionale Diritti Umani e Ricerca, nasce dall’intesa consolidata nel tempo, delle Associazioni Mete Onlus (Presieduta da Giorgia Butera) e Protea Human Rights (Presieduta da Sara Baresi). Le due Associazioni basate in Italia ed impegnate nella difesa e tutela dei diritti umani in ambito internazionale, nella salvaguardia della convivenza civile e democratica, e nella inclusione sociale in ogni sua declinazione, danno seguito alla Commission Human Right ONU, la quale ha emanato la Direttiva A/ARES/53/144 per sancire e dare mandato a chiunque, di ergersi in qualsiasi istante, come difensore dei diritti umani, e vigilare affinchè non si commettano abusi e violazioni di alcun genere.

L’OIDUR è presieduto da Giorgia Butera.

L’OIDUR è indipendente da Governi, istituzioni pubbliche, partiti o movimenti politici, confessioni religiose e altre organizzazioni di qualunque natura, ed opera nell’esclusivo perseguimento dei propri fini. Può collaborare con qualunque realtà o persona fisica, ne richieda il supporto.

L’OIDUR ha due obiettivi: 1) sostenere, difendere, e tutelare i diritti umani in ogni parte del mondo; 2) promuovere lo svolgimento di attività di ricerca e formazione. L’organismo potrà realizzare reportage fotografici, dossier, video, book, mostre, convegni, analisi sociali ed economiche, monitoraggi, analisi sul campo. E quant’altro possa essere utile alla conoscenza dei fatti. I risultati delle indagini e ricerche saranno pubblicati al fine di divulgare conoscenza.

L’OIDUR si propone come sportello di ascolto, di sostegno e di orientamento per tutti coloro che, trovandosi in situazioni di disagio, necessitino di una presa in carico psicologica e/o legale.

L’OIDUR collaborerà con enti di tutela dei diritti umani, istituzioni, associazioni nazionali ed internazionali al fine di prevenire, sostenere e difendere casi di violazione dei diritti fondamentali dell’uomo

L’OIDUR si occuperà anche di svolgere un monitoraggio della tutela dei diritti umani, ed individuerà le esperienze promosse sul territorio nazionale ed internazionale condividendo in rete le “buone pratiche” che possano essere adottate da vari organismi.

L’OIDUR si avvale di un Team di professionisti in grado di intervenire in ogni contesto di comprovata esperienza e formazione.

Le attività di ricerca consistono, in particolare, in convegni scientifici, conferenze di studiosi italiani e stranieri, incontri di studio informali. Esse consistono altresì in ricerche di gruppo, anche in collaborazione con istituti universitari. Le ricerche possono essere svolte anche sulla base di incarichi e finanziamenti da parte di soggetti pubblici e privati, alle quali potranno partecipare soci e studiosi esterni all’associazione.